La coscienza è l’incontro tra la domanda forte di essere e di essere personalmente e le qualità umane in cui gli uomini riconoscono la loro comune umanità; è lo strumento di mediazione tra il sentire della persona e i valori dell’umanità in vista della convivenza comune, al di fuori da inutili e dannosi sensi di colpa; è il luogo di conoscenza della propria immagine originale, riflessa come dato. Ma è anche il luogo in cui la molteplicità della realtà entra dentro di noi sotto forma di immagini o di concetti. Se immagine e concetto non si formano, non si è
propriamente "di fronte", ma "in", senza una chiara coscienza né di essere distinto, né assorbito. Si vive il presente, la circostanza, il dato. La scoperta della coscienza, nella duplice dinamica personale e comunitaria, fatta di tante piccole e grandi scelte, è, insieme, elemento di distinzione e processo storico. Ponendo fuori di noi il riferimento alla coscienza, la nostra debolezza ci fa accettare come insuperabile il limite e come immutabile il dato, pur non riconoscendo tali limiti naturali e l’immutabilità della realtà come omogenea alle nostre aspirazioni. Tolta la chiave della coscienza, interviene la dissociazione fra esperienza di sé e linguaggio. L’uomo è impedito dal riconoscersi valore, e la separazione fra coscienza e conoscenza genera dualità, rompe l’unità necessaria al suo compimento.
È la coscienza il punto di rivelazione e di riferimento per scoprire e percorrere il cammino per divenire persona. La voce della coscienza può essere distolta o offuscata, ma mai soppressa definitivamente perché essa è la qualità divina nella libertà e solitudine umana. Il compito dell'uomo, ed essenzialmente del cristiano è quello di essere consapevoli della propria esistenza e del proprio fine. 



La coscienza nell’esperienza mistica di Angela Volpini

Ripercorrendo il cammino dell'uomo non solo misticamente, ma anche attraverso la conoscenza della storia, ho potuto vedere e ritrovare l'itinerario della coscienza dell'uomo nella sua costante ricerca del fine, che non può essere proiettato fuori di sé, in Dio come se a Dio solo spettasse il compito e la possibilità del nostro compimento-salvezza. La rivelazione dell’uomo è nell’uomo e avviene attraverso la coscienza, mentre la religione non è nell’uomo (ciò vale anche per il cristianesimo), è qualcosa che l’uomo riceve dall’esterno. Dio si rivela manifestandosi attraverso la coscienza, ma a questo Dio non si arriva per vie esterne, lo scopriamo dentro di noi. Quello che noi chiamiamo mistero di Dio o mistero dell’amore non è affatto un mistero se riprendiamo in mano le chiavi della coscienza dell’uomo. 
Attraverso la coscienza, l’uomo conosce che Dio lo ha voluto a propria immagine per colloquiare con Lui, per avere uno scambio di amore paritario. Conosce che la vita di Dio è la sua vita, che la felicità di Dio è la sua felicità, che il suo fine è raggiungere l'infinità, che la scelta dell'amore è la sua possibilità infinita come quella del suo Creatore. Conosce che la libertà di farsi, di crearsi per il sempre partendo dal tempo, è la sua singolare regalità necessaria alla felicità di Dio come risposta-accoglimento del Suo amore Creatore.
Maria mi ha spalancato la porta della felicità, ha dato un volto alla realtà di cui il cielo è immagine. Ella ha distolto il mio sguardo dal mondo delle cose dal quale cercavo risposta e al quale inconsciamente, come ogni uomo, mi abbandonavo. Mi ha fatto guardare nell’abisso del mio essere e trarre da esso, come mia immagine, il mio essere persona nella storia attraverso la scelta dell’amore di tutto quanto è. 
Attraverso questa esperienza, ho scoperto l'"Io sono" e solo in quanto "Io sono" posso scegliere, amare e riconoscere l’altro da me. Avendomi aiutato a scoprire il mio essere, mi ha permesso di iniziare con Lei una vita di relazione veramente umana. Nella mia visione-esperienza vedevo che l’uomo poteva giungere al suo fine, alla sua realizzazione con naturalezza, senza sacrificio, se seguiva le indicazioni-esigenze della coscienza, le sole che possono mettere in dinamica l’amore che ci rende infiniti. 
Gli uomini sono immagine di Dio perché posseggono la possibilità di scegliere di essere uomini coscienti oltre che animali sensibili, e questa loro possibilità, che è la loro grandezza, è contemporaneamente la loro fragilità. Fragilità che la paura della morte rivela in tutta la sua drammaticità. 
La morte è sempre stata vista dall’uomo come un passaggio e non come la fine della propria esistenza. Ripugnava e ripugna ancora all’uomo accettare la fine di un'esperienza di coscienza. Ed è proprio la coscienza di sé e del proprio esserci che chiede la continuità della vita soggettiva: il sempre. Non ci sarebbe ragione di esistere, nella continuità, senza la consapevolezza; ma per la consapevolezza (coscienza di sé in relazione all’altro da sé) c’è tutta la motivazione di esserci per sempre. 
L’uomo comincia ad essere quando prende coscienza. Il traguardo della vita umana è dunque la coscienza di sé, del proprio esistere in relazione con gli altri e con tutto in una continua interazione che dilata sempre più la nostra soggettività, fino a renderla capace di contenere il tutto senza perdere la propria identità. 
Il potere cerca di slegare la conoscenza dalla coscienza, di interrompere il processo unitario che faticosamente l'uomo attraverso i millenni è riuscito a conquistare, quando è arrivato a conoscersi come soggetto autonomo e a riconoscere il suo Creatore attraverso il rapporto d'amore che sperimenta nella coscienza. 
Questa separazione tra coscienza e conoscenza ha impedito all'uomo di percepire la sua unità, ha posto in dialettica il suo spirito con la sua carne come opposte ed inconciliabili nature.
Coscienza
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