Il linguaggio consente alle persone di cogliere a livello di pensiero le esigenze custodite nel loro cuore, per poi divenire comunicazione profonda di sé all’altro. Il linguaggio è infatti essenza del rapporto e dell’esperienza fra gli uomini, la comunicazione della realtà di cui cogliamo tutta la profondità. Inoltre è comunicazione oggettivata, sociale, di gruppo, sulle cose da farsi assieme. In realtà, nessun linguaggio, in quanto costretto dalla forma, dalle convenzioni, dalle concezioni aprioristiche, esprime compiutamente l’esperienza di sé, sorgiva
sorgiva ed inaudita. Per capirla, occorre andare al di là delle parole, connettendole alla forma mentis, di cui va liberato il senso imprigionato. Questo linguaggio-espressione di sé, si blocca quando il potere si inserisce strumentalmente nel processo, operando una divisione fra senso di sé e conoscenza. Questa separazione impedisce all’uomo di percepire la sua unità. Il senso di sé continua a porci il problema del fine, senza ottenere risposta, mentre la conoscenza viene vissuta come ricerca della verità al di fuori di sé, vuoi come analisi della realtà, vuoi come ipotesi astratta di spiegazione di tutto il visibile. L’uomo pone in dialettica, come opposte nature inconciliabili, il suo spirito e la sua carne, finendo per concepirsi dualisticamente come bene e come male. Il problema diventa trovare il linguaggio giusto su un terreno di mediazione. Nel linguaggio religioso-sacrale, partendo da Dio come fine esterno, anziché da noi, incomincia la dissociazione fra il linguaggio e l’esperienza dell’uomo, anche se in origine forse quel linguaggio è stato il tentativo della rivelazione di sé all’altro. Solo la creatività potrà inventare parole e cultura atte a descrivere desideri, speranze e intenzioni recondite, corrispondenti alla profonda esperienza di sé, dicibile con le parole con le quali abbiamo nominato gli attributi del divino.
Linguaggio
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